I fatti

 

 Il 12 maggio 1977, in occasione del terzo anniversario del referendum sul divorzio, i radicali indissero un concerto in Piazza Navona per la raccolta firme per gli “8 referendum contro il regime”, nonostante fosse in vigore il divieto di manifestazioni pubbliche decretato dopo la morte dell’agente Settimio Passamonti e il ferimento di altre 5 persone, raggiunti da proiettili sparati da manifestanti durante alcuni scontri di piazza il 21 aprile. All’iniziativa aderirono i simpatizzanti del movimento degli autonomi per protestare contro la diminuzione degli spazi di espressione politica ed il clima repressivo nei loro confronti. Nelle strade erano presenti centinaia di membri delle forze dell’ordine in assetto da ordine pubblico, coadiuvati da agenti in borghese. Nella giornata scoppiarono diversi incidenti, con lancio di bombe incendiarie, ed esplosione di colpi di arma da fuoco. Nei giorni successivi diverse persone, tra questi Marco Pannella, dichiararono la presenza di agenti in borghese nascosti tra i dimostranti. Nel tardo pomeriggio, tra le ore 19 e le ore 20, due ragazze e un carabiniere furono raggiunti da proiettili sparati da Ponte Garibaldi e da altre direzioni: Giorgiana Masi, 19 anni, fu colpita alla schiena da un proiettile calibro 22 e morì durante il trasporto in ospedale, Elena Ascione  rimase ferita a una gamba, il carabiniere Francesco Ruggeri rimase ferito alla mano.
L’inchiesta sull’uccisione di Giorgiana Masi e sul ferimento di Elena Ascione e del carabiniere Francesco Ruggeri fu chiusa il 9 maggio 1981 dal giudice istruttore Claudio D’Angelo su conforme richiesta del Pubblico Ministero con la dichiarazione di impossibilità di procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato. Le indagini furono riaperte nel 1998, affidate al PM Giovanni Salvi, della sede giudiziaria di Roma.  Il ministro dell’interno Francesco Cossiga fu coinvolto in aspre polemiche per l’inadeguata gestione dell’ordine pubblico (vi sono fotografie che mostrano agenti in borghese, mimetizzati tra i manifestanti, che sparano ad altezza uomo).
La storia della morte di Giorgiana Masi è stata presa a simbolo di molte lotte giovanili contro le ingiustizie della polizia e della politica, ed è ancor oggi oggetto di forte polemica.

(fonte: Wikipedia)

 Il Libro bianco

Il 2 giugno 1977, i Radicali diffondono il cosidetto Libro bianco, una scioccante raccolta di fotografie e testimonianze dirette sui fatti del 12 maggio, mai apparse sui quotidiani nazionali che pure erano in possesso di parte del materiale. I racconti di parlamentari, giornalisti e semplici cittadini, confermati da un impressionante numero di immagini, descrivono con dovizia di particolari un enorme quantità di soprusi effettuati dagli agenti di Polizia e dai Carabinieri in servizio, che si rivolgevano con violenza ingiustificata anche sui semplici passanti, picchiando,  bastonando e sparando lacrimogeni ad altezza uomo. Nonostante le ripetute negazioni del Ministro degli Interni Francesco Cossiga, moltissimi documenti fotografici attestano la presenza di poliziotti in borghese (o meglio, travestiti da autonomi) in possesso di armi da fuoco che mirano, e in alcuni casi sparano, ad altezza uomo.

 Marco Pannella e i suoi presentano il libro come prova schiacciante dei comportamenti illegali degli apparati statali, e delle menzogne di Cossiga. Purtroppo, nemmeno la presunta oggettività della fotografia serve a scalfire i meccanismi di potere e i delitti del 12 maggio 1977 restano, a tutt’oggi, impuniti.

La mia ricerca

Il Libro bianco viene pubblicato dal Centro di iniziativa Pietro Calamandrei nell’aprile del 1979, con il titolo Cronaca di una strage, con un’interessante quanto scoraggiante appendice sulle discussioni parlamentari e le indagini che hanno seguito i fatti del 12 maggio 1977.

Il libro, con  89 fotografie (alcune su doppia pagina), 4 disegni, 2 riproduzioni di volantini  e 28 fotogrammi da video su 129 pagine, si presenta come un vero e proprio libro fotografico. La qualità delle immagini non è molto alta: i fotografi hanno infatti lavorato in condizioni estreme, di nascosto, continuamente minacciati e percossi dai carabinieri e dalla polizia. A molti di loro sono stati perquisiti i rullini. Altre immagini provengono da semplici passanti consci che stava succedendo qualcosa al di fuori della norma. Per questo molte foto sono sotto o sovraesposte, con tagli strani, mosse. Nonostante questo mantengono il loro valore altamente documentario e anzi, con queste imperfezioni testimoniano la difficoltà del momento in cui sono state scattate. Le immagini, in relazione tra di loro, ai testi e alle didascalie, sono usate sapientemente come una vera e propria arma politica. La presunta oggettività della fotografia è invocata come garante di una verità che viene negata nonostante tutto.

Cronaca di una strage esprime tutta la sua forza provocatoria nell’impostazione a doppia pagina che, oltre a correlare le immagini tra di loro, spesso forza l’accostamento con i grandi titoli dei capitoli che, come spesso accade nei quotidiani, direzionano univocamente la fruizione dell’immagine. Anche le didascalie non cercano certo l’imparzialità, ma anzi sono necessarie a leggere “correttamente” immagini in sè profondamente ambigue (come nel caso degli agenti “travestiti” da manifestanti), che senza il commento dei testimoni potrebbero essere sfruttate per dimostrare esttamente l’opposto.

Il libro, ormai introvabile in libreria, è scaricabile in pdf dal sito di Radio Radicale, che purtroppo non rispetta l’impostazione a doppia pagina, rendendo illeggibili certi collegamenti. Ho potuto analizzare il libro solo dopo aver “rimontato” digitalmente le due pagine affiancate, cosa che mi ha permesso di scoprire molte più cose rispetto a quando l’avevo letto nella versione pdf. Anzi, questa operazione è risultata talmente ricca di spunti che ho deciso di spostare il centro della mia ricerca proprio su questo dossier, rispetto all’idea iniziale di confrontare i diversi quotidiani del 13 maggio, molti dei quali si sono distinti per un’evidente e forse non casuale avarizia di immagini.

001.jpg  copertina

Già dalla copertina vediamo come l’accostamento di due immagini può dar luogo a deduzioni forzate. A sinistra abbiamo una foto di Giorgiana Masi. Stranamente, l’immagine non è quella ufficiale, comparsa su tutti i giornali, in cui la ragazza guarda nel vuoto con sguardo mesto da una fototessera. Al contrario in questa foto Giorgiana è sorridente, con la bocca socchiusa, sembra quasi una bambina e guarda davanti a sè come se pensasse al suo futuro. Alla sua destra vediamo una delle foto incriminate pubblicate dal “Messaggero” del 13 maggio: quello che poi verrà riconosciuto come l’agente Sansone, travestito da manifestante, scappa rannicchiato con una pistola in mano. La foto non è molto lusinghiera, l’uomo è ripreso dall’alto (cosa che lo sproporziona) in una posizione vile, di chi ha commesso qualcosa di losco. L’accusa è oltremodo esplicita (coadiuvata dal sottotitolo “L’esecuzione di Giorgiana Masi: anche il compromesso uccide) e traccia senza dubbio un filo diretto tra la morte di una giovane donna nel fiore degli anni e il comportamento della Polizia. Anzi, dall’immagine saremmo portati a pensare che sia stato addirittura Sansone stesso a sparare (cosa di cui non si hanno prove).

Sulla grande immagine a colori sottostante (l’unica del libro), abbiamo un fotogramma cruciale di uno dei due video in cui, finalmente, appare inequivocabile che la polizia stesse sparando ad altezza uomo. Il titolo riprende il colore rosso dello sparo, sottolineandolo.  Nella copertina abbiamo già tutti gli elementi dell’accusa: 1. una ragazza innocente è rimasta uccisa 2. i poliziotti più che in borghese erano travestititi da manifestanti e portavano armi da fuoco 3. la polizia sparava e ad altezza uomo.

 020-21.jpg pp.20-21

Le prime immagini all’interno del libro sono quelle di pagina 20-21, in cui abbiamo la stessa foto di Giorgiana che è sulla copertina accanto al grande titolo “Un delitto di stato”. Nella didascalia, il racconto della sua morte. Più interessante è la didascalia che accompagna la foto delle perquisizioni della Polizia: “Rastrellamento della Polizia [...] come nel periodo fascista e durante l’occupazione nazista gli oppositori vengono messi a muro”. Vista sotto questa luce l’immagine è molto più spaventosa di quello che realmente è. Inizia da questa immagine una lunga serie di fotografie che sottolineano il contrasto evidente tra poliziotti in divisa antisommossa, con armi, caschi e corazze e civili inermi (tipo di fotografia che ritroviamo anche in molte immagini odierne come quelle del G8 del 2001).

024-25.jpg pp.24-25

Da pag.24 iniziano le testimonianze. A destra vediamo un’immagine decisamente poco chiara del blocco della Polizia a Piazza Navona. La fotografia è elaborata con un effetto tipico degli anni ’70 che rende la foto simile ad un fumetto. Non sapendo il motivo reale di questa scelta (visto che appare solo sporadicamente nel libro), immagino che sia una scelta estetica oppure tecnica, di recupero di un’immagine poco contrastata.

028-29.jpg pp. 28-29

Queste due pagine sono dedicate a mostrare i violenti manifestanti che hanno attaccato ferocemente la Polizia, come avrebbero affermato Cossiga e molti giornali il giorno seguente. Le tecniche non violente dei radicali, come alzare le mani e incrociarle, o sedersi davanti la Polizia sono ampiamente dimostrate, come i momenti precedenti i gravi scontri: un palco, un pianoforte e degli amplificatori sono gli strumenti della rivoluzione sanguinaria. Da notare, nella foto centrale a sinistra, i cartelli contro Cossiga, scritto con la doppia “s” del simbolo delle SS naziste.

032-33.jpg pp.32-33

L’aggressione del deputato Mimmo Pinto è mostrata in tutte le sue fasi, rispondendo a chi in Parlamento asseriva che fosse stato solo “spostato” dal suo sit-in. Le fotografie mostrano chiaramente Pinto che tiene in mano il suo tesserino da parlamentare. La didascalia riferisce gli insulti e specifica che: “Il giovane con barba e baffi, giubbotto di pelle, che malmena Pinto, è un carabiniere in borghese”, a dimostrazione che le immagini in questo caso non parlano da sole.

 034-35.jpg  pp.34-35

La prima delle due immagini stampate a doppia pagina “a filo”.  Forse è stato scelto di ingrandire questa immagine proprio perché i volti dei poliziotti sono tutti frontali e ben visibili. Inoltre è evidente il gran numero di poliziotti dispiegati per  ”far allontanare” il deputato Pinto.

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I primi poliziotti travestiti da “autonomi” con il volto mascherato e i bastoni. Nella foto a sinistra compare per la prima volta l’agente della mobile Giovanni Santone, noto per essere il primo agente identificato dalle foto pubblicate sulla prima pagina del Messaggero del 13 maggio mentre si nasconde tra le auto travestito da manifestante (maglia a righe, jeans, capelloni e tascapane). In questa immagine lo vediamo tra i suoi colleghi in divisa antisommossa. A deporre contro di lui anche una celebre foto di Tano d’Amico, di cui si ha un’intervista su Radio Radicale proprio su quel giorno.

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Questa immagine non avrebbe nulla di speciale se non la didascalia: “Inizia la caccia e la sparatoria contro i cittadini che confluiscono verso Piazza Navona per sottoscrivere la richiesta degli otto referendum”. Ora un’immagine molto confusa di due poliziotti in divisa e uno in borghese che stanno muovendosi verso la stessa direzione assume toni inquietanti.

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Molto importante in questo libro la fotografia come mezzo di identificazione. Questa era una pratica comune effettuata dalla polizia per riconoscere i partecipanti alle manifestazioni. In questo caso è il contrario. Nella didascalia viene posta la domanda: Chi è questo poliziotto in borghese riconoscibile per il giubbotto a quadretti che si è distinto per il maggior numero di travestimenti? [...] Si tratta forse dell’agente Palumbo della IX sezione mobile detta degli “squali”?

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Il commento della fotografia riprende in modo ironico le parole pronunciate da Cossiga in Parlamento: “Funzionario di Polizia nell’espletamento della sua funzione di difensore dell’ordine repubblicano: mentre lancia un sasso”. E’ molto usata la tecnica dell’accostamento testo/immagine per contrasto.

060-61.jpg  pp.60 -61

Altre immagini prese di nascosto, dall’alto. in alcuni episodi di quel giorno la Polizia ha sparato lacrimogeni verso le persone che guardavano dalle finestre delle proprie abitazioni. “Il taglio del fotogramma non ci consente di capire se sta sparando ad alteza uomo lacrimogeni o altro”

062-63.jpg  pp.62-63

Le uniche immagini della controparte, con una didascalia che li assolve seduta stante: “alcuni giovani assediati dalla polizia rilanciano candelotti: è stata questa l’unica difesa tentata sporadicamente”. Le stesse immagini potrebbero essere commentate come documenti di autonomi (ultrà come si amava dire all’epoca) che aggrediscono la Polizia. Le immagini sono impressionanti. Nella prima a sinistra il giovane sembra sparire in una nuvola di fumo.

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La foto a sinistra mostra il celeberrimo agente Sansone mentre sposta un’automobile “proprio nel luogo dove è stata uccisa Giorgiana Masi [...]. E’ mai stato interrogato in proposito?”. Si insinua una terribile ipotesi.

Nella foto in alto a destra degli agenti aggrediscono un fotografo. L’AIRF (Associazione Italiana Reporters e Fotografi) invierà il seguente telegramma al ministro degli interni: «Sessantatrè fotografie sui soli quotidiani romani, 17 delle quali sulle prime pagine, in merito agli incidenti di ieri al centro di Roma, sono una prima, chiara e immediata risposta dei fotogiornalisti al tentativo di limitazione della libertà di informazione attuato da agenti di polizia e, purtroppo, anche sotto gli occhi di funzionari preposti al coordinamento. [...] Il bilancio all’attivo degli agenti è il pestaggio eseguito a freddo e con precisa determinazione contro il fotoreporter Rino Bacillari (nove giorni al San Camillo), il pestaggio di un altro fotoreporter francese, il danneggiamento di alcune apparecchiature da ripresa al fotoreporter austriaco Rudolf Frey ed ad un cinereporter di una rete televisiva, oltre alle violente ma inutili intimidazioni agli operatori dell’informazione visiva, affinché non indirizzassero gli obiettivi verso le forze dell’ordine [...]. Il Consiglio Direttivo dell’AIRF  protesta vibratamente contro tale preoccupante abuso che è stato attuato calpestando uno dei basilari principii della costituzione».

068-69.jpg pp.68-69

Vicino alle testimonianze di chi l’ha vista morire, la foto “ufficiale” di Giorgiana Masi, quella presente su tutti i giornali. La fotografia è presa da una fototessera di un documento (come si vede dal sigillo in alto a destra) ed è molto particolare. La ragazza non solo non sorride, ma ha un’espressione alquanto triste. E’ girata di tre quarti verso la sua destra e guarda fisso in quella direzione. Credo che sia piaciuta molto ai giornalisti perché sembra quasi conscia del suo tragico destino. Nel Libro bianco questa immagine viene citata varie volte. nella prefazione, Camilla Cederna afferma che “una morte scomoda e del massimo imbarazzo politico per il nostro governo è stata quella di Giorgiana Masi, di diciannove anni, di cui si è ben presto conosciuto il patetico visetto dagli occhi intenti in una fotografia formato tessera”. Maria Antonietta Macciocchi: “Il capro espiatorio è una ragazza, giovanetta di 19 anni, che ci guarda con attonita mestizia dalla foto, Giorgiana Masi [...]. Non è solo la pietà per una fanciulla morta che mi guida, anche se da queste foto, ella sembra ancora interrogarci sulle nostre responsabilità“.

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Vicino ad una geniale vignetta di Forattini in cui Cossiga viene rappresentato nei panni di Santone, un’immagine notturna, molto scura, che mostrano i poliziotti ancora di pattuglia: “carabinieri presidiano la zona di piazza Navona per tutta la notte. Costretti a turni massacranti, aggrediscono ancora i cittadini”.

074-75.jpg pp. 74-75

La didascalia della prima foto di Cossiga (dopo alcune vignette) recita oggettivamente: “Il Ministro degli interni Francesco Cossiga”. Peccato che la minuscola didascalia in basso a sinistra non riesca ad arginare l’enorme titolo del capitolo a destra della foto: “13 maggio 1977: il Parlamento unanime contro la verità”. La foto è scelta con accuratezza: lo sguardo è pensoso, la posizione delle mani evoca qualcuno che sta architettando qualcosa di losco. Anche il mento alzato e lo sguardo leggermente laterale danno l’idea di attento calcolo. Sembra tranquillo, sicuro del suo potere. Certo non sembra che ai molti microfoni puntati stia per rivelare una cristallina verità. la foto rispecchia perfettamente gli interventi di Cossiga trascritti di seguito, impassibili e calcolati se non completamente menzogneri.

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La seconda foto pubblicata a doppia pagina a filo è del 13 maggio. I celerini controllano il punto dove è morta Giorgiana, che nel frattempo si è riempito di fiori. Le pietre dissestate testimoniano la presenza di scontri. Evidenziato dalla posizione in angolo, un cartello recita: “Io ti maledico Cossiga”.

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“La polizia carica selvaggiamente un esigui gruppo di femministe che sostava nel luogo dove è stata uccisa Giorgiana Masi”. Si noti la contrapposizione tra “selvaggiamente” ed “esiguo”. Le fotografie sono poco chiare, ma è impressionante l’immagine del poliziotto in piedi con il braccio alzato prima di scagliarsi contro la donna con la gonna a fiori accucciata a terra, a destra della foto grande.

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A proposito del titolo a destra: Vero, falso, obiettivo. La stampa sul 12 maggio, nella foto a sinistra vediamo lo stesso luogo ritratto in una foto apparsa in prima pagina sul Gazzettino, come si può notare dalla scritta”ALIMENTARI” che compare sullo sfondo. Sul Gazzettino, l’accento è puntato sulle bombe molotov sparse a terra, che erano notoriamente lo strumento privilegiato degli ultras di sinistra. Sul libro bianco, invece, l’inquadratura comprende i poliziotti in primo piano, che lanciano pietre e sparano granate lacrimogene ad altezza uomo. La messa a fuoco è su di loro (è chiarissimo il cartello della celere), mentre lo sfondo è sfuocato. L’attenzione è decisamente spostata verso di loro. L’immagine è inoltre molto simile a quella apparsa sulla prima pagina del Corriere della Sera: questa volta però i poliziotti, sempre a sinistra sullo scorcio della via con l’auto di traverso, “cercano riparo dietro i muri delle case mentre i giovani lanciano pietre, grossi barattoli e altri oggetti”. Ricordo che queste due foto sono le uniche presentate da quei giornali sui fatti del giorno prima.

090-91.jpg pp. 90-91

Queste sono sue delle immagini utilizzate dal Messaggero per “sbugiardare” Cossiga, che in un comunicato aveva escluso che la persona nelle foto fosse un poliziotto e aveva minacciato di denunciare il quotidiano “per le conseguenze nell’ordine pubblico che tali notizie possono avere”. Interessante l’uso del cerchietto che evidenzia l’uso della foto come prova indiziaria. Le stesse immagini compaiono sul Manifesto del 15 maggio. Come al solito il titolo è caustico: “Parola di ministro”.

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Questa immagine è molto interessante. In realtà è ben poco descrittiva, ma la visione sghemba, deformata dal grandangolo, la ripresa da dietro del probabile poliziotto ricurvo, i forti contrasti contribuiscono a creare un’atmosfera noir. Con il titolo “Con le mani nel sacco”, che precede il rapporto della Questura,  sembra suggerire i movimenti di qualcuno che lavora nell’ombra, di nascosto.

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“Per criminalizzare i militanti, non violenti e democratici, per sospendere definitivamente i diritti civili e le libertà costitituzionali, il Governo tenta e realizza un’altra strage. Scatenati ovunque “assassini”, “autonomi”, “teppisti”: provocano, sparano, terrorizzano anche la massa dei carabinieri e degli agenti. Sono poliziotti”. Questa è ancora una volta una didascalia veramente d’impatto per una fotografia che racconta ben poco, se non le difficoltà del fotografo (probabilmenete il rullino ha avuto delle infiltrazioni di luce nella parte bassa). Questa immagine apparve anche sui giornali dei giorni seguenti che iniziano ad indagare sulle “strane” squadre speciali.

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Titolo del capitolo: “24 ottobre 1977. Lettieri: La questura di Roma ha precisato che le forze di polizia impegnate nella circostanza non fecero uso delle armi da fuoco”. Subito sotto la foto del “sottosegretario agli interni Nicola Lettieri con il prefetto Giuseppe Parlato”, come recita l’innocente didascalia. Ma, come per la foto di Cossiga, l’immagine racconta molto di più. Lettieri è preso in un momento non controllato, le spalle strette, lo sguardo pensieroso, la bocca semiaperta quasi in un ghigno. Anche il prefetto non sembra a proprio agio: guarda verso sinistra con aria preoccupata e stringe con forza una falda della giacca.

108-109.jpg pp. 108-109

Per questa scelta di forti contrasti che esalta i contorni delle figure vale quello che ho  scritto per le pagine 24-25. Rimane quantomeno strana un’elaborazione di questo genere in un libro con pretese documentaristiche.

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Paese Sera e L’Unità sono tra i pochi quotidiani che hanno pubblicato immagini di poliziotti che sparano ad altezza uomo.

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Il volantino distribuito da “le compagne femministe”, con una poesia dedicata a Giorgiana, che in seguito è stata scritta sulla sua lapide. L’immagine è molto bella e caratteristica di quegli anni. Al centro una donna seduta sulle ginocchia sembra recitare la poesia con il megafono (strumento immancabile di quegli anni). Dietro di lei il gruppo delle femministe (da notare gli abiti “infagottanti”) a semicerchio, sedute per terra come nei sit-in e altre dietro in piedi. L’immagine è molto spontanea e di grande forza, anche grazie all’eliminazione dei toni di grigio.

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“5 novembre 1977. Cossiga, Lettieri, Migliorini hanno mentito al Parlamento. Ecco le prove definitive”. Di seguito i fotogrammi dei video che mostrano poliziotti che sparano ad altezza uomo sono presentati in sequenza. Ecco la descrizione che Alberto Bevilacqua fa dei video sul Corriere della Sera:

“A chi mi ha chiesto, senza malafede preconcetta intendiamoci, di verificare l’autenticità dei due filmati in possesso dei radicali […] secondo i quali la polizia fece uso delle armi, posso dire che le immagini che essi presentano non hanno subito alcuna manipolazione. […] I filmati sono stati girati da due diversi operatori dilettanti: il primo è in bianco e nero; il secondo, più breve, a colori. Nella pellicola in bianco e nero, con la macchina da presa a ridosso della polizia […] il commissario di Primavalle fiancheggiato dal commissario Carnevale il quale, circondato dai suoi uomini che tengono pronti i lacrimogeni, fa l’atto di puntare la pistola, ma poi ci ripensa e l’abbassa, il commissario di Primavalle, improvvisamente, grida all’operatore di allontanarsi; l’obiettivo si sposta allora su un gruppo di «speciali» di cui uno, travestito da autonomo, con il viso coperto da un fazzoletto, punta la pistola prima con la destra,  poi aiutandosi anche con la sinistra, mentre nei suoi pressi si aggira con molto nervosismo, il chiacchieratissimo agente Santone, che impugna anche lui una rivoltella e con il braccio indica ai colleghi in casco di abbassare leggermente il tiro dei lacrimogeni. Santone, che si distingue lontano un miglio per la sua maglia bianca a striscia trasversale scura, è senza dubbio il primattore di questa sequenza.Per quanto riguarda il poliziotto mascherato, la macchina da presa non ci dice se dalla sua arma esca o no lo sparo; la posizione di mira è accurata, lunga, ma la immagine stacca senza mostrare segno di fiammata. Non si trovano, ripetiamo, spie di montaggi dolosi: la pellicola è a 16 millimetri, abbastanza nitida, senza scosse ne sfocature. Il maggior interesse va comunque al secondo filmato, che è a otto millimetri e riprende la scena in campo lungo e in controluce; anche qui, nonostante le precarie condizioni di ripresa, le immagini cruciali sono ben evidenti ed è proprio il colore che fa spiccare le fiammate delle pistole d’ordinanza. […] appostati tra le colonne vediamo due agenti in divisa, il primo dei quali seminginocchiato, e l’altro in piedi alle sue spalle; puntano e sparano in successione, le fiammate si stagliano visibili contro il biancore della colonna sinistra, dopo di che essi si chinano a raccogliere i bossoli e fanno l’atto di allontanarsi. Passato alla moviola fotogramma per fotogramma, nemmeno questo rullino denuncia le caratteristiche aggiustature di montaggio e sono proprio le regolarità dell’ombra sulla destra, quella che coincide col fondo del portone, la mancanza di soluzione di continuità nella forma, a provare che né la trancia né la pressa sono intervenute.Ciò starebbe a suffragare la dichiarazione del redattore del Messaggero Leandro Turriani […] «Cerco» leggiamo le sue parole «di riprenderli con la mia macchina fotografica. Uno dei due s’accorge e mi punta contro una pistola»”.

118-119.jpg pp.118-119

Ancora delle suggestive immagini dai due video, che sono stati proiettati in numerose scuole e manifestazioni. Il commento sonoro era significativamente costituito dalle registrazioni degli interventi di Cossiga e Lettieri in Parlamento.

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Titolo: “Denunciato il questore di Roma Migliorini”; didascalia: “Andreotti premia il questore di Roma Domenico Migliorini”. Anche in questo caso la foto ufficiale è scelta in contrasto al testo, sottolineando la connivenza tra la Questura e il Governo, che si stringono la mano in un sodalizio che promette “favori” reciproci.

122-123.jpg p.122-123

Il manifesto diffuso dal Partito Radicale. Anche questa volta Cossiga è presentato come un losco figuro, in particolare un mafioso che nell’oscurità ordina sussurrando, con il volto accigliato, terribili delitti. La fotografia, per gran parte nera, illuminata da un’inquietante luce di taglio ricorda un noir.

124-125.jpg p.124-125

La trascrizione delle sedute in Parlamento proposte dai Radicali per discutere i fatti del 12 maggio, è corredata dalla visione della camera dei deputati quasi vuota, a cui si fa costante riferimento nelle parole dei pochi partecipanti alla discussione. Questa penultima immagine del libro è presentata senza commenti accessori: in effetti si commenta da sola.

Alcuni spunti di riflessione…

Mi sembra utile dare alcuni spunti di riflessione per immagini per fare un raffronto con lo stato attuale delle cose. Per farlo mi sono servita di un caso attuale che presenta molti punti di contatto con quello preso in esame. Mi riferisco alla morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, il 21 luglio 2001. Anche lì le immagini hanno avuto un ruolo molto importante e anzi non si può non notare il passaggio ad una realtà completamente mediatizzata e monitorata, come scrive in un articolo il prof. Fabrizio Tonello.

Infatti la prima differenza che possiamo notare è quella tra l’area occupata dalle immagini nella prima pagina del 1977 e quella del 2001, il giorno dopo la tragedia.

untitled-1.jpg La Repubblica

untitled-3.jpg Il Gazzettino

Anche in questo caso vediamo come la didascalia possa influenzare fortemente la percezione di quello che vediamo.

untitled-2.jpg  a destra: immagine presa da “Il Gazzettino”, a sinistra la stessa immagine da “La Repubblica”.

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